Un luogo di formazione, insegnamento, trasmissione e ricerca

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haine

amour

ignorance

La Scuola ammette in formazione psicanalitica individui di ogni provenienza culturale, dopo un colloquio o una serie di colloqui, volti ad accertare l’effettivo livello culturale e morale del candidato,  si è ammessi alla base soltanto entro un progetto di lavoro e senza considerazione di provenienza o di qualifiche. Un analista in formazione source site  è registrato all’inizio allo stesso titolo a cui si scrive medico, etnologo o tutti quanti.

L’accademia è sempre stata e intende rimanere un’associazione tradizionale di formazione e ricerca all’interno del movimento psicanalitico internazionale. In questo senso essa è un’associazione psicanalitica laica, quindi essenzialmente non medica né psicologica, anche se ammette nelle sue fila sia medici che psicologi, e non rientra, perché non ha mai voluto farlo, nel novero delle associazioni di formazione psicologica o psicoterapeutica riconosciute dallo Stato. La ragione di questa scelta di autoescludersi dall’ambito di regolamentazione della Legge 56/89 (concernente l’istituzione dell’Albo degli Psicologi e la regolamentazione delle psicoterapie), deriva essenzialmente dal fatto che la Scuola considera la formazione psicoterapeutica richiesta dallo Stato gravemente insufficiente nonché fuorviante ai fini di un’adeguata preparazione psicanalitica. La Scuola non sostiene che non debbano esservi forme di regolamentazione conformi alle norme che la legislazione italiana o europea prescrive per l’esercizio delle libere professioni, ma ritiene la legge 56/89 lesiva per il mantenimento nella sua integrità dell’esperienza, della pratica e della ricerca analitiche.

L’Accademia si rivolge a tutti coloro che, non contenti di limitarsi ad indossare un’immagine precostituita di se stessi, adeguata ai modelli elaborati dalla società dell’informazione e dei consumi, vogliono ancora chiedersi qual è il loro compito e forse anche il loro destino. Da questo punto di vista l’Accademia tiene conto, certo, della psicanalisi, ma anche della filosofia e dell’arte, in quanto ritiene che in tutti questi campi siano in gioco dei fattori decisivi perché ciascuno possa interrogarsi sul proprio desiderio e sulla propria verità.

L’Accademia organizza corsi, seminari, mostre, concerti, convegni, gruppi di studio. Tuttavia, coerentemente con le proprie finalità, favorisce soprattutto lo svolgimento di lavori individuali. La differenza fra un’effettiva formazione soggettiva e l’istruzione scolastica sta proprio nel fatto che nella prima, a differenza che nella seconda, prevale e deve prevalere l’intento della ricerca. Non si tratta solo di lasciare al singolo la libertà di approfondire questo o quel campo, ma di fare in modo che il suo percorso formativo si adegui alla sua individualità. Crediamo infatti che solo in questo modo sia possibile evitare la noia che si accompagna di solito all’apprendimento passivo delle nozioni, dando a ciascuno la libertà d’inventarsi il proprio percorso.

Questo, certo, non significa facilitare l’impresa. Perciò chi presenti all’Accademia un suo programma di lavoro può scegliere di farsi seguire e consigliare per tutto il tempo necessario da un Interlocutorescelto da lui stesso. La singolarità non è una riduzione della generalità, ma è la sua matrice. Se ne deduce che la singolarità riguarda l’atto, prima ancora che il soggetto. Esiste un individuo. Che statuto etico dargli? Quello definito dal compito che si assume liberamente, perché è dettato solo dal suo desiderio. Il punto determinante di tutta la filosofia antica – soprattutto nella tradizione platonica – è l’esercizio (áskesis). La filosofia non era intesa come una visione complessiva del mondo, ma come un singolare esercizio di ragione. Questo spiega, per esempio, perché Platone non abbia mai esposto sistematicamente il proprio pensiero; ma spiega anche quali sono i motivi della distanza fra la filosofia antica e quella universitaria d’oggi.

Il privilegio della singolarità non è affatto un privilegio dell’arbitrario. Una verità varrebbe l’altra, perché nessuna è totale? Per nulla. Totale – vale a dire intero – è infatti almeno il criterio della verità, vale a dire il setaccio attraverso il quale si giudica. Ora, l’esercizio richiede che si sviluppi l’interlocuzione, cioè – per chiamare le cose con il loro nome – che ciascuno possa affidarsi ad un maestro (e questo non solo nei gruppi di studio).